Fotografe dimenticate dalla storia: quando lui firmava e lei scattava
Le fotografe dimenticate dalla storia sono più numerose di quanto si creda — e quasi sempre riconosciute solo qualche decennio più tardi, a giochi ormai fatti.
C’è un classico della storia della fotografia, tanto ricorrente da poter essere quasi un genere letterario: lei scatta, lui firma. Eh sì, succede ancora…
Ecco cinque signore che meritavano l’applauso molto prima e che io reputo MAESTRE. A cui mi ispiro, inarrivabili, ma con una visione a me affine.
Fotografe dimenticate dalla storia: la lezione che resta
Gerda Taro — la donna dietro “Robert Capa”
Gerda Taro fotografava la guerra civile spagnola al fianco di Endre Friedmann, il suo compagno, con cui condivideva persino lo pseudonimo “Robert Capa” — un marchio a due teste, inventato per vendere meglio sul mercato francese. Per decenni molte delle sue immagini sono state attribuite unicamente a lui, incluse alcune delle più celebri della guerra di Spagna. Solo studi successivi hanno permesso di separare gli scatti dei due, restituendo a Taro la paternità di un archivio che aveva contribuito a inventare il fotogiornalismo di guerra moderno. Morì sul campo, a 26 anni, schiacciata da un carro armato durante una ritirata. Il nome sul giornale, per anni, restò comunque uno solo.
Consiglio di lettura: La ragazza con la Leica
Questo libro racconta la vita di questa ragazza ribelle, l’amore con Robert Capa, l’avventura di fotografare e la gioia di vivere nella Parigi degli anni Trenta.
Lee Miller — la musa che era anche l’autrice
Lee Miller viene ancora presentata, in troppi manuali, come “la musa di Man Ray”. In realtà fu lei a portare in dote al surrealismo la tecnica della solarizzazione, scoperta secondo diverse testimonianze in camera oscura insieme a lui — ma attribuita quasi sempre solo a Man Ray, il nome già affermato. Miller proseguì da sola come fotografa di guerra per Vogue, documentando la liberazione dei campi di Dachau e Buchenwald. Ci sono voluti decenni, e il lavoro del figlio Antony Penrose sul suo archivio, perché il suo nome tornasse a stare da solo sotto le proprie fotografie.
Consiglio di lettura:
«La vasca del Führer», Einaudi, il romanzo di Serena Dandini ispirato alla vita di Lee Miller Penrose
Margaret Bourke-White — tra acciaierie e diga, sempre in prima linea
Prima fotografa accreditata come corrispondente di guerra dall’esercito americano, prima donna a fotografare dentro l’industria pesante sovietica, autrice della prima copertina di Life: Margaret Bourke-White ha passato la carriera a doversi guadagnare l’accesso a ogni fabbrica, ogni acciaieria, ogni cantiere in cui gli uomini presumevano che una macchina fotografica pesante fosse “roba da uomini”.
Ci si arrampicava sopra, letteralmente, per le foto industriali che l’hanno resa un riferimento del genere.
E io l’adoro!
Consiglio di lettura:
Margaret Bourke-White L’opera 1930-1960 A cura di Walter Guadagnini, Monica Poggi
Tina Modotti — ridotta a “modella di Weston”
Tina Modotti perfezionò le basi tecniche della fotografia accanto a Edward Weston, suo maestro e per anni compagno di vita — e per gran parte del Novecento la narrazione ufficiale l’ha ridotta a questo: allieva, musa, amante. Peccato che fu lei a spingere lo sguardo oltre l’estetica pittorica verso soggetti più politici e concreti — mani al lavoro, donne, oggetti della Rivoluzione — allargando un linguaggio che Weston non aveva ancora esplorato. Le biografie più recenti, tra l’altro, ribaltano anche il mito della femme fatale trascinata dalle passioni: pare fosse lei a scegliere i suoi compagni — tutti leader politici — in funzione del proprio impegno ideologico, e non il contrario.
Un’indipendenza di pensiero e di azione che il racconto ottocentesco su di lei ha sistematicamente derubricato a capriccio sentimentale.
Consiglio di lettura: Tinissima di Elena Poniatowska edito da Nova Delphi Libri
Ilse Bing — la “regina della Leica” di cui nessuno parla
Ilse Bing negli anni ’30 la stampa la soprannominava “la regina della Leica” per l’uso pionieristico che faceva del formato 35mm nella fotografia di moda e di reportage a Parigi. Con l’invasione nazista della Francia, in quanto ebrea, viene internata nel campo di concentramento di Gurs. Grazie all’aiuto della direttrice di Harper’s Bazaar, Carmel Snow, riesce a fuggire nel 1941.
Sperimentazioni in camera oscura: È stata tra le prime a utilizzare sistematicamente la solarizzazione (la parziale inversione dei toni ottenuta esponendo il negativo alla luce durante lo sviluppo).
L’estetica del movimento: Famosi sono i suoi scatti alle ballerine del Moulin Rouge, in cui usava deliberatamente il mosso (blurring) e i tempi lunghi per restituire l’energia della danza.
Geometria e astrazione: Forte del suo background scientifico, Bing cercava nelle architetture cittadine e negli oggetti quotidiani dei veri e propri pattern geometrici e giochi costruttivi.
Eppure il suo nome è rimasto ai margini dei libri, schiacciato tra colleghi uomini con archivi meno innovativi ma meglio pubblicizzati. Riscoperta solo dagli anni ’70 in poi, quando ormai aveva smesso di fotografare da tempo.
Consiglio di lettura: Ilse Bing di Juan Vicente Aliaga





E per chiudere in bellezza, un piccolo contributo personale alla causa: anni fa collaboravo con un fotografo … (i tre puntini di sopensione sono d’obbligo! immaginateli come un lungo sospiro)
Un giorno un cliente decise di stampare e appendere in ufficio uno degli scatti più belli che avevo fatto. Lui, con encomiabile spirito di squadra, la firmò.
Accanto alla mia firma, non al posto — capiamoci, mica un delinquente. Solo un gentiluomo che riteneva la paternità intellettuale una risorsa rinnovabile, da condividere generosamente anche senza essere stato consultato. Diciamo solo che Taro, Miller e Bourke-White possono dormire sonni tranquilli: la tradizione è in buone mani.
Il resto della storia ve la racconto nel prossimo post dove parleremo di diritto d’autore.

