Fotografa nautica: quello che succede quando sei l’unica donna nella stanza
Arrivo. Attrezzatura in spalla. Caschetto in testa. Intorno a me: gru, scafi, odore di vetroresina, acciaio ovunque. E uomini. Tanti uomini. Praticamente solo uomini — il novantanove percento della popolazione di un cantiere navale è maschile, una costante trasversale a ogni latitudine e a ogni bandiera.
Io sono l’uno percento. Con la macchina fotografica 😛
I primi cinque minuti
C’è un momento, quando entri per la prima volta in un cantiere navale con la tua attrezzatura, in cui senti gli sguardi. Non è ostilità — è curiosità pura, legittima, genuina. Chi è questa? Cosa fa qui? Perché ha quella roba?
Sono sguardi che conosco bene. Li ho ricevuti a Livorno nei cantieri Benetti, li ho ricevuti ad Ancona da Fincantieri durante la costruzione della Four Seasons One. Cantieri diversi, persone diverse, stesso momento: l’arrivo. Dura pochissimo. Un istante. Perché poi inizi a lavorare, e tutto il resto sparisce.
La foto dell’operaio, o: la classica domanda
Fotografare uno yacht in costruzione è una cosa. Fotografare le persone che lo costruiscono è un’altra completamente diversa — e, se devo essere onesta, è la parte che preferisco.Le maestranze di un cantiere navale hanno nelle mani anni di mestiere che non si improvvisano. Lo vedi nel modo in cui tengono gli strumenti, nel modo in cui si muovono nello spazio, nello sguardo concentrato di chi sta facendo una cosa difficile e la sa fare bene.
Io quello sguardo lo cerco. Lo aspetto. Lo fotografo. E quasi sempre, a un certo punto, arriva la domanda.
“Ma poi questa foto me la fai avere?”
Il momento più facile/complicato della giornata 🙂
Sembra semplice. Non lo è. Perché nel marasma di un set in cantiere — centinaia di scatti, luce che cambia, posizioni scomode, gru che si spostano, pezzi di scafo che passano sopra la testa — fermarsi a raccogliere nome, cognome e email di ogni persona che vuole la propria foto richiede una logistica che nessun corso di fotografia ti insegna.
“Come ti chiami?”
“Mario.”
“Mario come?”
“Bianchi.”
“Email?”
“Aspetta che te lo dice mia figlia perché io queste cose non le so. La chiamo”
Cerco sempre di annotare tutto. Sul telefono, su un foglio, su qualsiasi superficie disponibile. Perché quella persona si sta fidando di me. Perché ha visto qualcosa nelle mie foto che gli è piaciuto abbastanza da chiederle. E perché consegnare quella foto — anche settimane dopo, anche in mezzo a mille altre cose — è una promessa che non si rompe.
Quello che ho imparato nei cantieri
Nei cantieri Benetti e da Fincantieri ad Ancona per la costruzione della Four Seasons Yachts 1 non ho mai avuto problemi. Mai un ostracismo, mai una porta chiusa, mai quella sensazione di dover dimostrare qualcosa in più perché sei donna in un ambiente che storicamente non lo era. Non lo dico per ingenuità. Lo dico perché credo che dipenda da una cosa sola: il rispetto.
Rispetto che va in entrambe le direzioni — e che non distingue tra operaio e dirigente, tra chi salda gli scafi e chi firma i progetti. In cantiere tutti stanno facendo qualcosa di importante. Tutti meritano lo stesso sguardo. E forse è proprio questo che hanno capito, alla fine — che non ero lì a fare “le foto del cantiere”. Ero lì per valorizzarli.
Tutti. Nessuno escluso.
Il lato positivo di essere l’uno percento
Essere donna in un cantiere navale ha i suoi vantaggi — e non parlo solo dell’accesso privilegiato alle migliori tazze di caffè della macchinetta (anche se non è un dettaglio trascurabile).
Parlo di quello sguardo diverso che porti. Di come le persone si aprono in modo diverso davanti a un obiettivo tenuto da una donna. Di come certi momenti — la concentrazione, la cura, il dettaglio umano — emergono in modo naturale quando chi fotografa non fa parte del paesaggio abituale.
Non è una questione di genere. È una questione di prospettiva. E la prospettiva, in fotografia, è tutto.
Una cosa che nessuno si aspetta
In tutti questi anni di cantieri navali ho scoperto qualcosa che all’inizio mi ha sorpresa, e che poi ho smesso di trovare sorprendente.
La maggior parte delle responsabili marketing e comunicazione dei grandi brand della nautica sono donne. In un settore dove il novantanove percento di chi costruisce le navi è uomo, chi decide come quelle navi vengono raccontate al mondo è quasi sempre una donna.
Non credo sia un caso. E non credo sia solo una questione di quote o di tendenze del mercato. Credo che dietro ci sia qualcosa di più concreto: competenza, sì — quella è la base, quella è imprescindibile — ma anche una capacità di fare più cose contemporaneamente senza perdere il filo, di costruire relazioni autentiche, di portare avanti progetti complessi con una cura che va oltre il compito assegnato. Cose che in molti chiamano “soft skills” con un termine che le sminuisce, e che nella realtà quotidiana di un ufficio marketing di un grande cantiere navale valgono quanto — forse più di — qualsiasi competenza tecnica. E poi c’è l’impegno. Quello vero, quello silenzioso, quello che non finisce quando finisce l’orario di lavoro. Le donne che ho incontrato in questi ruoli lavorano il doppio. Forse di più. Non perché debbano farlo — ma perché è il modo in cui hanno costruito la loro credibilità in un ambiente che all’inizio non le aspettava.
Questo mi ripaga. Profondamente.
Perché quando mi siedo al tavolo con una responsabile marketing di un cantiere navale, non devo spiegare chi sono o cosa faccio. C’è già una comprensione reciproca — di cosa significa portare avanti un lavoro con serietà in un contesto che storicamente era pensato per altri. Di cosa significa essere lì, fare bene, farlo al meglio.
Di cosa significa valorizzare e permettetemi: darsi il giusto valore.
Cosa penso sul serio
I cantieri navali mi hanno insegnato che il lavoro vero — quello che vale, quello che resta — si costruisce con il rispetto e con l’impegno. Non con i titoli, non con l’attrezzatura, non con il curriculum.
E con la pazienza di aspettare che Mario ritrovi la mail che gli ha scritto sua figlia e che ha annotato nel portafoglio…perché la figlia ancora non risponde! 🙂

